Statico nel tempo

La piazza è ampia, un vasto quadrato acciottolato che si apre sotto un cielo nero carico di pioggia. Lungo il perimetro si susseguono diverse panchine, intervallate da piccoli alberi dai rami invernali che si piegano sotto il vento. Al centro, un piccolo rettangolo in marmo porta un’iscrizione che nessuno si è davvero mai fermato a leggere. Sulla superficie della lastra, ormai consumata dal tempo, l'acqua scivola veloce e riempie i solchi delle lettere. Tutto intorno, il grigio dei sassolini è quasi uniforme, sfumato dal bagnato della pioggia incessante che sembra voler annegare il paese.

Su una panchina siede un giovane, solo. Guarda fisso davanti a sé, non sembra preoccuparsi dell'acqua che gli bagna il volto e i capelli, pettinati con cura all'indietro e tenuti fermi con un gel che li fa apparire lucidi, già bagnati.

La pioggia quasi non mi tocca, sembra scivolare via dal mio lungo cappotto verde come se questo non si bagnasse. O forse è già zuppo. Resto fermo a guardare: solo i miei occhi si muovono, intenti a osservre i pensieri che si muovono rapidi attorno a me.

Poco lontano, sotto i portici che lo riparano dalla pioggia battente, un uomo cammina guardando per terra, le mani strette nelle tasche. È in lotta con se stesso: cerca di non pensare a quanto vorrebbe fumare una sigaretta, si morde le labbra per cercare di resistere alla chiamata di quella brutta vecchia abitudine. Ogni rifiuto è un enorme sforzo per restare fedele a una promessa, a un impegno preso contro quel vizio che continua a volerlo tirare un passo più lontano da sé stesso.

Dall'altro lato della piazza, un ragazzo in giacca e cravatta cammina con passo deciso. Stringe in mano una ventiquattrore, custodendola con cura. Non sente il freddo, la sua mente è già proiettata al domani: pensa a come sarà il momento in cui il principale gli stringerà la mano per dirgli che il posto è suo. Uno strano calore gli riempie il petto, lo rassicura, lo fa sorridere un po'.

Nella distrazione quasi si scontra con una ragazza che cammina tranquilla nella direzione opposta. È stanca dalla giornata di studio, ma in fondo è contenta: già pensa a come sarà bello tra qualche minuto mettersi in pigiama, farsi un tè caldo e rilassarsi sul divano, magari davanti a un programma trash in sottofondo. Non sa che nel suo appartamento la situazione è in realtà ben diversa: Caronte, il gatto, è appena balzato sul davanzale della cucina con la precisione di un cecchino, pronto a colpire quel cactus solitario che da tanto occupava il suo posto. La povera pianta grassa sta ora volando verso il pavimento, destinato a diventare un mucchio di cocci e terra sulle piastrelle color crema della cucina.

Un'anziana donna, invece, si muove lentamente appoggiandosi ad un bastone. È immersa in un sogno ad occhi aperti, pensa ai suoi nipoti che vivono lontano. Immagina il momento in cui, tra poche ore, varcheranno la soglia di casa riportando quel calore che finalmente tornerà a riempire le stanze che da troppo tempo profumano solo di solitudine.

Lo vedo arrivare dal centro della piazza, l'unico a camminare dove l'acqua forma rigagnoli sempre più larghi e veloci. È curvo, la schiena piegata come se portasse un peso invisibile, il peso del tempo forse, ma cammina con lo sguardo alto verso il cielo. Incontro il vuoto. I pensieri degli altri sono chiari, sequenziali, ma i suoi sono un groviglio di interferenze di segnale, come il rumore di statica della radio. In mezzo a quella nebbia vedo una sola immagine che si rifiuta di dissolversi: una figura in piedi.

L'uomo si trascina verso la panchina e si siede alla mia destra. Finalmente mi muovo, giro la testa per vederlo meglio, lo guardo nei suoi occhi così azzurri, così familiari. Sorrido. Allungo una mano, rimane sospesa a pochi centimetri dal suo viso stanco, dal calore che emana la sua pelle stanca. Vorrei che sentisse il tocco, vorrei che sapesse che sono rimasto, che ogni singolo giorno di questi settant'anni non me ne sono mai andato davvero. In questo momento, la pioggia smette di avere importanza.

Così vicini, di nuovo, come quando una vita fa guardavamo le bombe mischiarsi alle stelle e gli stringevo la mano. Così vicini, separati da quell’ultimo, sottilissimo confine che non può essere varcato. Né da me. Né da lui.