Ciao, sono Vixi 🌙✨. Adolescente italiana con la passione per le lingue e la scrittura 📚✍️. Qui, tra racconti, poesie e pensieri sparsi, condivido il mio mondo interiore, fatto di timidezza, sogni e parole mai dette. La scrittura è il mio rifugio, il luogo dove posso essere davvero me stessa, anche quando mi sento sola: quando scrivo, i miei personaggi prendono vita e mi trascinano nel loro mondo ✈️. Benvenuti in questo angolo di parole, dove ogni sbavatura d'inchiostro racconta una storia 🖤.


Scrivi, bambina

Scrivi, bambina, e non ti curar degli altri. Scrivi come se la tua vita dipendesse da quello, perché forse in fondo un po' è così.
Imparerai piano che la parola è una porta socchiusa che solo qualcuno ha il coraggio di attraversare, un'arte che solo pochi eletti maneggiano: coloro che per primi comprendono il potere di combinare le sillabe.
Scrivendo capirai che la bellezza non sta solo nelle parole delicate, nella superficie: scrivendo capirai che c'è un intero mondo sotto di quelle, un mondo fatto di prati. Avvicinandoti noterai che quei prati sono ricolmi di fiori, ogni cui petalo porta una lettera. Un mazzo di margherite, uno di denti di leone, un paio di papaveri, qua e là qualche primula.

"M'ama, non m'ama", separi le lettere,
le raccogli in una mano,
le soffi lontano,
le vai a riprendere,
le ordini a caso.
Ed ecco che hai scritto la tua prima poesia.

Gli insetti saranno la punteggiatura:
Un'ape, un punto.
Una farfalla, una virgola.
Una libellula, due punti.
Una coccinella rossa, un punto esclamativo.
Una coccinella gialla, una domanda.

Vedi, bambina, è così semplice. Ci pensi un po', scrivi una frase, la cancelli, e la riscrivi, non ti piace, cambi il verbo, la cancelli, e la riscrivi, ora è meglio. La cancelli. E la riscrivi.
Ma nonostante questo continua a scrivere, sii brutale con le parole, non tenerti dentro nulla: sii cinica, crudele, diretta, tremenda. Se ti fa stare bene, fallo. Se ti dicono di scrivere come una fata tu scrivi come una strega. Scrivi come ti pare, bambina, sii te stessa.
Mostra sempre la realtà anziché il suo riflesso.
Scrivi, bambina. Non per collezionare petali, ma perché sia tu a decidere quando è primavera. Scrivi, e scoprirai che i fiori del tuo prato continueranno a sbocciare anche d'inverno.

17

I numeri sono tutti
uguali: pari, dispari,
primi, interi, reali,
decimali, frazionari.
Cambia solo la virgola.

Ma qualche numero deve
portare un altro peso.
Perché il numero otto
si porta dietro il peso
di un infinito storto?

Invece il numero tre,
piccolo com'è, ha sulle
sue spalle il peso di Dio.
Lo ha forse mai chiesto lui?
Ha mai dato il consenso?

Il Due è più femminile,
il Quattro è sacrificio,
il Cinque è il più sveglio,
il Sette è passionale,
il Nove è il campione.

Il mio preferito però
è da qualche tempo solo
l'unico bel diciassette.
Lui porta appiccicato
un post-it giallo in fronte.

Qualche matto ha deciso
di mischiare le sue cifre,
ed ecco che "diciassette"
diventa all'improvviso
"ho vissuto": "sono morto".

Queste due frasi nemmeno
significano la stessa
cosa: una ferma tutto,
mette la parola "fine",
non dà più possibilità.

L'altra, al contrario di ciò
che tutti pensano ormai,
vuol dire aver passato
un'esperienza di vita,
bella o brutta che sia.

Non necessariamente il
superamento di una
fase della esistenza
porta alla morte, anzi spesso
porta altra nuova vita.

Cinema

"Ogni sera danno lo stesso film e ti salutano allo stesso modo: «Benvenuti al cinema della mente, dove l'abbonamento è gratuito a vita. Prego, entrate! Il numero del posto lo sapete già?»"


Il dolore è una brutta bestia. Ti fa credere che tu sia guarito, poi parte una canzone di quattro anni fa e il nodo alla gola torna a stringersi. Giusto quando avevi imparato a convivere con quel nodo come si convive con un coinquilino disordinato: deve rimanere perché nessuno dei due può pagare l'affitto da solo e perché la casa sembrerebbe troppo vuota. Appena torni a curvare le labbra all'insù, trovi una foto di quando a ridere non era la bocca ma erano gli occhi, e ora all'improvviso ogni sorriso sembra falso. Da un giorno all'altro ti rendi conto di sentire un peso che ti grava sul petto, non sai nemmeno più quando è stata l'ultima volta che ti sei sentito leggero, libero da quella pietra che ti frantuma lo sterno e comprime i polmoni come fossero spugne, stracci da cui strizzare fino all'ultima goccia d'acqua.
Il dolore trasforma la tua vita in un film, una proiezione di cui tu sei spettatore e non più protagonista. La pellicola è di quelle ai sali d'argento con il film un po' mosso stampato in bianco e nero, ed è con il tempo entrata in contatto con il sale delle lacrime. Ora molti dettagli non si vedono, alcune immagini sono coperte da uno strato come di nebbia, il confine tra due fotogrammi è stato completamente corroso. Ogni qual volta si faccia un disperato tentativo di restauro, le piogge acide che attraverso le ciglia cadono come da nuvole rendono il lavoro impossibile: la vista è sfocata, la pellicola si danneggia e finisce per essere messa peggio di prima.
Ma c'è un particolare di questo film in bianco e nero che ancora resiste, convinto d'essere l'ultima roccaforte alleata quando tutti gli altri avamposti sono stati conquistati dai battaglioni nemici. Il colore. Solo tu puoi sentirlo perché questi colori non si vedono, si sentono vividissimi sulla pelle. L'effetto coglie di sorpresa chi non è preparato, e dà l'impressione d'essere qualcosa che è lì anche se non dovrebbe starci, "di troppo" dove dovrebbe invece regnare sovrano.
Ma il dolore è una brutta bestia. Ti fa credere che tu sia guarito, poi quell'anniversario arriva ed è come la notifica di un compleanno, uno di quelli che hai smesso di festeggiare anni fa ma di cui non puoi cancellare l'esistenza.
Al cinema della mente danno la solita proiezione, ma stasera, quando ti siederai sulla solita poltroncina in fondo − quella dove ti sei messo centinaia di volte −, il film avrà un sapore diverso, il nodo alla gola tornerà a stringere, le labbra torneranno a rilassarsi da quel finto sorriso, la pietra tornerà a frantumarti lo sterno e comprimere i polmoni come fossero spugne.

Il Cavallino di Vetro

Sul mobile, sotto la televisione, stava un cavallino di vetro. Nessuno sapeva da dove venisse, né chi l'avesse messo lì; era semplicemente apparso in quel punto e nessuno l'aveva mai più toccato: forse per la sua fragilità, forse perché era diventato in qualche modo sacro e se qualcuno l'avesse spostato anche di pochi centimetri avrebbe rotto il perfetto equilibrio del mobile.

Il muso del cavallino era leggermente girato, si guardava le spalle, e un orecchio – il destro – era teso all'indietro per ascoltare cosa stesse succedendo dietro di lui.

Era fermo a metà di un passo, la coda agitata e la criniera mossa da un violento soffio di vento. Era robusto, il cavallino di vetro, ma le sue zampe erano sottili e lunghe come rami d'un albero: chissà se l'avrebbero retto in piedi se fosse stato vero.

Sembrava stesse scappando da qualcosa, o qualcuno, che gli stava alle calcagna. Quella fuga non sarebbe mai cessata, un nitrito si leverà in eterno dalla bocca di vetro.

Qualcuno aveva criticato il cavallino in passato: non era inseguito da nulla dopotutto, o almeno il suo cacciatore – colui che lo spaventava tanto – non era più con lui, era chissà quanto lontano.

Eppure il cavallino, immobile, correva e correva e correva, guardandosi le spalle, guardando la sua coda sbattere nel vento di una corsa infinita mai avvenuta.

Chissà in quante praterie ha sognato di correre il cavallino di vetro, costretto a passare la sua intera esistenza fermo su un mobile, con un soffio di vita ribelle rinchiuso da sempre in quella sua prigione cristallina.

Carnevale

Il Carnevale è una festa molto amata dai bambini

Coriandoli, stelle filanti, costumi e brillantini

Tutti sono felici,

ognuno scherza con tutti gli amici

Ogni anno, il travestimento è diverso

Un anno sei Superman, l'altro un astronauta nell'universo

Puoi diventare principe, principessa, poliziotto, pompiere

I più coraggiosi sono addirittura Robin Hood l'arciere

Ma per alcuni fra noi ogni giorno è Carnevale

Soledad appena sveglia una maschera deve indossare

Questa l'ha già messa, quest'altra sa di vecchio

Questa qui l'ha lasciata troppo tempo in un cassetto

Non sa quale prendere, ma deve agire in fretta

La gente inizia con le domande se lei si mostra imperfetta

La notizia arriva ovunque, "Soledad oggi è diversa"

Tutti sanno in breve tempo, "non è che Soledad si è persa?"

Soledad vorrebbe urlare,

vorrebbe piangere lacrime amare

Ma non riesce, poverina

Continua a camminare con la testa china

"Nessuno mi deve vedere" si dice

"Devo rimanere la solita me imitatrice"

Chi imita, però, non lo sa neppure lei

Le sue maschere potrebbero essere messe nei musei

Sono così tante, così belle e colorate

che è un peccato se per nascondersi venissero sprecate

Soledad lo sa, lei ne è consapevole

Ma continua a nascondersi, si sente colpevole

Soledad vuole qualcuno, un'amica non costretta

Che le dica, finalmente, che è perfetta così, imperfetta

Viaggio nel tempo

A volte vorrei fare un viaggio nel tempo. Vorrei tornare nel passato, come spettatrice.
Vorrei tornare al primo incontro con qualcuno, un'amica, un amico, rivedere le prime parole scambiate con qualcuno. Sarebbe divertente assistere a questi momenti, notare il mio patetico imbarazzo, la mia timidezza davanti alle persone nuove.
Vorrei tornare alle prime strette di mano conoscendo quello che sarebbe seguito, tutte le amicizie che sono iniziate con un "Piacere" poco convinto e sono diventate pane quotidiano, e tutte le amicizie che invece promettevano tutto ma non erano nulla. Sarebbe utile leggerle come se fossero un libro, "Segnali di amicizia e di malevolenza, la guida completa".

A volte vorrei fare un viaggio nel tempo. Vorrei tornare nel passato, ma con la mente del presente.
Vorrei tornare all'ultimo incontro con qualcuno, dire quella parola in più, abbracciare quella volta in più. Sarebbe confortante mettere in chiaro le ultime cose prima di scomparire nell'oblio.
Vorrei tornare a tutti i piccoli segnali del ponte traballante prima che si spezzasse. Sarebbe una salvezza sapere cosa provavano gli altri mentre io ero troppo concentrata sul mantenere la mia zattera a galla, mi avrebbe risparmiato un sacco di tempo e stretto un sacco di amicizie.

A volte vorrei fare un viaggio nel tempo. Vorrei tornare nel passato, trovarmi a tu per tu con la piccola me.
Vorrei tornare a quando tutto era magico, quando tutto era possibile, quando vivevo in un mondo fatato. Sarebbe bellissimo se la piccola me mi spiegasse il mondo con quello sguardo che solo i bambini custodiscono.
Vorrei tornare a quando ho iniziato a vedere il buio, quando ho cominciato a capire che la Luna ci tiene nascosta una parte di sé, quando le fate hanno iniziato a volare via dal mio bel giardino incantato della fantasia. Sarebbe incoraggiante scambiare qualche parola con la non più così piccola me, dirle che "tutto si risolverà" anche se è una frase fatta e so che lei le odia.

A volte vorrei fare un viaggio nel tempo. Ma quelli esistono solo nelle menti dei bambini che con un salto vanno sulla Luna, troppo lontana per gli adulti che si portano dietro il peso dell'inchiostro sui vecchi calendari.

Vincent

Chiamò il suo cane. Urlò di nuovo Vincent, Vincent!, ma niente. Provò a scuoterlo, a girarlo, tentò di svegliarlo in ogni modo, ma il cane ancora non si muoveva. Non aveva ancora realizzato, no, era troppo assurdo per essere vero. Il panico di Nikolaj si trasformò in lacrime: non così, balbettò tra i singhiozzi, non ora. Ormai le sue parole non erano più definite, nemmeno lui le capiva più, erano grida disperate, senza senso, confuse. Se qualcuno l'avesse visto in quelle condizioni l'avrebbe preso per pazzo. Poi l'avrebbe notata, la macchia di pelo nero davanti a cui era inginocchiato il folle, il volto su cui scorrevano lacrime che pareva tracciassero solchi, l'espressione deformata dal dolore. I capelli erano in disordine, il sudore che aveva bagnato la fronte scivolava ora lungo le tempie e si era mischiata alle lacrime che scendevano sempre più copiose dagli occhi gonfi e arrossati. Quelle piccole gocce salate gli inumidivano le labbra, gli entravano in bocca tra le parole delle preghiere tormentate a cui nemmeno lui credeva più, alcune gli raggiungevano la punta del mento per poi cadere sul pelo del cane e scivolare rapidamente a terra. Nikolaj non vedeva più, era accecato dalle lacrime dal dolore dal panico, mentre la disperazione prendeva il sopravvento sentì una presa forte, improvvisa che gli prendeva le spalle, lo fece sobbalzare.
Si voltò di scatto. Non c'era nessuno dietro di lui. E nemmeno a sinistra, né a destra. Non c'era nessuno a parte lui. E Vincent. Vincent seduto davanti a lui, i grandi occhi a madorla di un color ambra così intenso da sembrare alieni che lo guardavano dal basso, la testa appoggiata alle ginocchia dell'uomo. Non era inginocchiato a terra, il suo cane non era sdraiato immobile davanti a lui. Le lacrime bagnavano il pelo del meticcio come cristalli e rotolavano sui jeans di Nikolaj lasciando una piccola macchia blu scuro. Sbattè le palpebre una volta, poi un'altra, poi due poi tre. Il buio della sua stanza lo avvolse, lo spiraglio di luce soffusa che passava dalla porta provenendo dal corridoio lo aiutò ad orientarsi. Si era immaginato tutto quanto, di nuovo. La fantasia prendeva il sopravvento, gli faceva pulsare le vene delle tempie, gli formava una ruga sulla fronte, poi la mossa più subdola: si mischiava alla realtà, la avvelenava, a volte la cancellava del tutto. Con un respiro tremante abbracciò la testa del cane, il suo Vincent, l'unico che gli era rimasto e rimasto accanto, cercando di ancorarsi a quel fragile presente. Quante volte dovrà succedere ancora?, sospirò nel pelo nero mentre la lingua rosa del cane gli toglieva il panico dal collo, quante volte?