Il Cavallino di Vetro
Sul mobile, sotto la televisione, stava un cavallino di vetro. Nessuno sapeva da dove venisse, né chi l'avesse messo lì; era semplicemente apparso in quel punto e nessuno l'aveva mai più toccato: forse per la sua fragilità, forse perché era diventato in qualche modo sacro e se qualcuno l'avesse spostato anche di pochi centimetri avrebbe rotto il perfetto equilibrio del mobile.
Il muso del cavallino era leggermente girato, si guardava le spalle, e un orecchio – il destro – era teso all'indietro per ascoltare cosa stesse succedendo dietro di lui.
Era fermo a metà di un passo, la coda agitata e la criniera mossa da un violento soffio di vento. Era robusto, il cavallino di vetro, ma le sue zampe erano sottili e lunghe come rami d'un albero: chissà se l'avrebbero retto in piedi se fosse stato vero.
Sembrava stesse scappando da qualcosa, o qualcuno, che gli stava alle calcagna. Quella fuga non sarebbe mai cessata, un nitrito si leverà in eterno dalla bocca di vetro.
Qualcuno aveva criticato il cavallino in passato: non era inseguito da nulla dopotutto, o almeno il suo cacciatore – colui che lo spaventava tanto – non era più con lui, era chissà quanto lontano.
Eppure il cavallino, immobile, correva e correva e correva, guardandosi le spalle, guardando la sua coda sbattere nel vento di una corsa infinita mai avvenuta.
Chissà in quante praterie ha sognato di correre il cavallino di vetro, costretto a passare la sua intera esistenza fermo su un mobile, con un soffio di vita ribelle rinchiuso da sempre in quella sua prigione cristallina.