All’angolo della strada, subito dopo il ponte che passa sopra i binari, tra i gruppi di studenti che si dirigevano, pigramente, verso la propria scuola, chi di qua e chi di là, apparve un uomo. La prima cosa che si notava, guardandolo, era il suo abbigliamento, molto elegante rispetto alle tute sportive e alle giacche a vento dei ragazzi che lo circondavano. Lui portava un lungo cappotto nero, probabilmente di lana, e un paio di pantaloni scuri che formavano delle piccole pieghe ad ogni passo, sembrava fossero incollati alle sue gambe. Il mento e la corta barba erano in parte coperti dalla spessa sciarpa grigia a quadri che aveva al collo, abbinata al berretto piatto di cotone che portava in capo. Nella mano destra stringeva una vistosa cartella nera di cuoio, che teneva contro di sé forse per l’importanza del contenuto, o più semplicemente per non colpire accidentalmente qualche studente distratto che gli passava troppo vicino sul marciapiede affollato. La particolarità dell’uomo era costituita dalla sua andatura: nonostante la sua invidiabile eleganza, stava correndo. Si dirigeva velocemente in direzione della stazione, ad ogni respiro nuvolette di vapore bianco gli appannavano un po’ gli occhiali. Era chiaramente in ritardo. Forse aveva un appuntamento importante, un colloquio di lavoro per un posto imperdibile, una possibilità che capita una volta nella vita. Magari la sfortuna ha scelto proprio quest’occasione e ha giocato uno dei suoi scherzi; l’uomo si è dimenticato di impostare la sveglia, può darsi che abbia rovesciato il caffè a colazione, i suoi figli non volevano alzarsi, non trovava le chiavi di casa che in realtà scoprì di avere in mano, o forse ha acceso la radio stamattina mentre sistemava gli ultimi documenti e invece delle solite notizie passava una canzone che gli è piaciuta così tanto da averlo trattenuto un minuto di troppo.